Nutrire le acque interne: il pesce d’acqua dolce che mangiamo, tra sostenibilità e responsabilità

di Lorenzo Berlendis


Il lago racconta, i suoi pesci parlano…a chi li sa ascoltare.

Metà del pesce che mangiamo, a livello globale, proviene da allevamenti. Supereremo a breve la parità, in favore della piscicoltura. Attività spesso improntata su pratiche atroci nei confronti degli animali, con ricadute pesanti sulla salute nostra e delle acque soprattutto dei mari. Tuttavia, se pur in misura minore, laghi e fiumi non ne sono esenti. I salmoni allevati rappresentano drammaticamente il ‘lato oscuro’ della moda del sushi… Un attento sguardo ai banconi di supermercati o pescherie restituisce, in modo evidente e immediato, la dimensione del problema del consumo di pesce: poche specie, sempre quelle perché “sono richieste dal cliente”, i famigerati trota o branzino ‘porzione’, in larga parte provenienti, appunto, da acquacoltura. Pesci nutriti con altri pesci. In genere, infatti, si privilegiano i pesci apicali, ovvero che stanno in cima alle catene alimentari. Perciò in un sol colpo incidiamo pesantemente sulle catene trofiche e sulla nostra salute. Alimentandoci di specie apicali ancorché allevate, non facciamo altro che nutrirci di animali in cui le concentrazioni di inquinanti è altissima per effetto della progressiva concentrazione di veleni e microplastiche. Gli studi sul cosiddetto bioaccumulo nella catena alimentare sono poco diffusi, non per questo meno deflagranti. Un esempio, la concentrazione di DDT in un pesce predatore è oltre 40.000 volte superiore a quella delle acque in cui vive. Quella dei gabbiani che, a loro volta lo predano, lo è di oltre 200 mila volte!


Anche nelle nostre acque, sempre a proposito di equilibrio tra pesci selvatici, allevati o immessi ci confrontiamo con un problema nel problema, quello del ripopolamento ittico.

Il nome è indice, di per sé, di una disfunzione, sintomo di un disequilibrio. Evidente e scontato. Se vogliamo pescare e mangiare pesce dobbiamo immetterlo ‘artificialmente’. L’impronta umana sugli ecosistemi, acquatici interni compresi, ha alterato equilibri millenari. Li ha alterati in misura pesantissima e in tempi insignificanti alla luce dei ‘cicli temporali della natura’, li ha alterati sensibilmente e in tempi insostenibili per gli equilibri intrinseci degli ecosistemi, mettendo a dura prova un’impossibile resilienza, data qualità e quantità dell’intervento umano e perciò della sua impronta ecologica.


Nelle scorse settimane sono apparse sulla stampa, locale e non solo, numerose prese di posizione in merito al tema del ripopolamento ittico di singole specie nel Lago di Garda. Il punto di vista di enti gestori è risultato spesso contrario a quello espresso dagli enti regolatori; quello delle associazioni di pescatori, professionisti e sportivi, opposto vuoi a quello di Regione/Province Autonome, vuoi in altri casi a quello del Ministero competente, il Mipaaf. Mipaaf che è recentemente intervenuto per ammorbidire le norme che vietavano immissioni di specie aliene.


Non sempre nel dibattito entra il tema principe quando si parla di stock ittici, ripopolamenti, ecosistemi acquatici. Tema che va ben al di là delle sorti di un singolo progetto riguardante Alborella, Trota, Coregone-Lavarello o altro.

Si sta parlando della sesta estinzione di massa, in corso sul pianeta Terra da qualche decennio. Estinzione silente quanto inesorabile, estinzione di cui lo sconsiderato approccio umano alle risorse limitate del Pianeta, quindi i consumi umani, sono la prima e quasi esclusiva causa.

Lo stato di conservazione dei pesci autoctoni, secondo quanto indicato nella Lista Rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) è particolarmente negativo e peggiore rispetto alle altre classi di vertebrati. Quasi la metà delle specie ittiche d’acqua dolce è a elevato rischio di estinzione (48%), mentre le percentuali sono del 36% per gli anfibi, del 19% per i rettili, del 29% per gli uccelli e del 23% per i mammiferi. I pesci, inoltre, presentano anche la maggiore percentuale di specie già estinte in Italia, pari al 4% del totale.

Per la fauna di acqua dolce si prevede un tasso di estinzione del 4% per decennio a fronte di un tasso di estinzione dell'1% previsto per gli ecosistemi marini e terrestri. I laghi ed i fiumi lombardi, il Garda in particolare, sono parte integrante di questo terribile scenario che si affaccia sul nostro orizzonte.

Argomentare quindi a favore o contro il destino di un singolo pesce target e del progetto a sua tutela è irrilevante laddove si prescinda dalla valutazione complessiva degli impatti che ciascun progetto ha su ciascun ecosistema - in questo caso il Garda - alla luce di conoscenze scientifiche effettivamente validate.

A cosa alludiamo, quindi, quando parliamo di immissione di fauna ittica nelle acque interne dei nostri laghi, ad esempio nel Garda che è il maggiore lago italiano? Che effetti produce questa attività? Sulla base di quali parametri -specifici per ciascun ecosistema -essa può definirsi sostenibile?

Per dare risposta a queste complesse domande ci giunge in soccorso un prezioso documento, pubblicato il 5 marzo 2021 da AIIAD - Associazione Italiana Ittiologi Acque Dolci, dal titolo "Principi guida riguardanti le immissioni di fauna ittica nelle acque interne italiane" che riepiloga alcuni dati di rilievo, ampiamente riportati anche su Nuova Ecologia.

Delle quasi 63 mila specie di Vertebrati censite sul pianeta Terra, ben oltre la metà sono rappresentate da pesci (circa 32 mila specie attualmente descritte). Con una copertura pari a meno dell’1% della superficie terrestre, nelle acque dolci è presente circa il 35% delle specie note di vertebrati. Nei sistemi d’acqua dolce lo sviluppo della biodiversità è favorito dall’elevato grado di isolamento che li caratterizza: un lago o un bacino imbrifero sono delle vere e proprie isole ecologiche. Se si considera che le acque dolci rappresentano l'1% circa delle acque del Pianeta (esclusi ghiacciai e calotte polari), ci accorgiamo di come fiumi, laghi, stagni e paludi siano ecosistemi di cruciale importanza per la vita sulla Terra.

È noto, elemento di ulteriore complessità, quanto il loro relativo isolamento esponga laghi e fiumi a notevoli rischi e gli ecosistemi acquatici siano perciò gli ambienti al mondo più minacciati dai vari fattori di impatto antropico e il declino della biodiversità è in essi molto più rapido, come sopra ricordato. La gestione delle immissioni è quindi un tema assai delicato e le recenti deroghe concesse dal Ministero competente al divieto di “reintroduzione, introduzione e popolamento in natura di specie e popolazioni non autoctone nel territorio italiano” (all’Art.12 al DPR 357/1997) rappresentano un rischio che potrebbe essere fatale per equilibri fragili, già abbondantemente minati. Non si tratta in questa sede di puntare il dito contro gli interessi dei pescatori sportivi, tantomeno di quelli professionisti che sulla pesca fondano le loro speranze di reddito. O sui decisori che subordinano le loro emanazioni al gradimento di questo o quel bacino di elettori.


Foto di Benedetta Dolecki

Si tratta di dare alla complessa e delicata natura del tema risposte che guardino lontano, che facciano tesoro dei grossolani errori del passato e siano coerenti con qualsivoglia transizione ecologica che punti al ripristino della biodiversità, degli equilibri negli ecosistemi, per conservare la peculiarità specifica dei sistemi lacuali e fluviali subalpini frutto di una particolare vicenda geologica e biologica che ha assegnato loro un tasso di specificità assolutamente unico nel panorama europeo. La frammentazione dei bacini idrografici dettata da morfologia e grado di salinità, che oggi rende sommamente vulnerabili le acque interne, è il fattore che nel corso delle epoche geologiche ha favorito il pullulare di specie ittiche nelle acque dolci: in Italia, su 55 specie autoctone censite, ben 27 risultano endemiche o sub-endemiche nel bacino padano-veneto. Accanto a questo ingente patrimonio di biodiversità, nelle acque interne d’Italia vivono altre 62 specie alloctone ormai acclimatate. Sono insomma ormai di più le specie immesse negli ecosistemi italiani che quelle che negli stessi si sono sviluppate durante l'intero arco della storia della vita sulla Terra e… nell'acqua!


Fra tutti i vertebrati italiani, quello dei pesci d'acqua dolce è il gruppo che comprende più specie minacciate: ben 25 sulla cinquantina di quelle censite in totale! I pesci d'acqua dolce italiani perciò sono, loro malgrado, tra i maggiori protagonisti della richiamata sesta grande estinzione, causata direttamente dall’uso dissennato di suolo e acque da parte dell’uomo sommato all’introduzione, deliberata o involontaria, di specie alloctone che esercitano enorme pressione sugli ecosistemi.

L’introduzione di specie invasive negli ultimi cent’anni ha cambiato a fondo il paesaggio faunistico dei nostri laghi. Alcuni pesci come il lavarello, un salmonide introdotto da fine ‘800 nei laghi lombardi, sono naturalizzati e considerati ormai al pari degli autoctoni. Altri sono funzionali alla lotta biologica o economicamente rilevanti in acquacoltura, ma l’impatto delle specie aliene, la cui progressione si è accelerata, risulta alla lunga devastante.

Il più grande bacino italiano, il lago di Garda appunto, fa parte di quell’imprescindibile 1% di acque dolci in cui è disseminata una storia naturale che ha generato e serbato una biodiversità straordinaria. Ne è precipuo esempio ed eclatante simbolo il Carpione del Garda, Salmo carpio, attorno al quale aleggia una saga dai contorni leggendari frammista a una ben più materiale speculazione sulla sua riproduzione in cattività, che avrebbe dovuto far parte delle strategie finalizzate al suo ripopolamento. Salmonide di fondale ritenuto in passato pressoché estinto, è specie endemica per elezione, per quanto specie ad alto rischio di scomparsa, specie in ‘lista rossa’. Pochi anni or sono, ha saputo ancora stupirci, ancorché in negativo: è stato intercettato un magnifico esemplare in frega nel fiume Toscolano. In negativo perché trovare un Carpione (le indagini genetiche ci hanno confermato essere “puro”), in fase riproduttiva, in un posto dove assolutamente non avrebbe dovuto essere, è un fatto gravissimo. Se il Carpione è passato indenne dalla “forca” dell’ibridazione e dell’inquinamento genetico da parte di altri congeneri immessi, è grazie alla sua autoecologia che prevede strette barriere riproduttive che di fatto gli impediscono di entrare in contatto con altre specie del genere Salmo. Si tratta a nostro avviso di un altro aspetto connesso a comportamenti aberranti derivanti dal processo in corso di addomesticamento della specie.


Il Toscolano, torrente tributario del Garda, è stato terreno e ambito di intervento del Progetto Lacustre, progetto che, con un intervento di ‘ridotte’ dimensioni anche finanziarie, ha mostrato inoppugnabilmente quanto sia a portata di mano il processo di ri-naturalizzazione e inversione di tendenza. Grazie alla convergenza di soggetti diversi: pescatori e decisori, associazioni e titolari di concessioni, consorzi e cittadini tout court sono state realizzate le scale di risalita che stanno permettendo alla trota lacustre di riprodursi naturalmente in misura numericamente considerevole. Milioni di avannotti stimati che costituiscono e costituiranno un pezzo del futuro del lago, dei suoi equilibri ecosistemici, delle economie dei pescatori e dei Gardesani. L’incremento, misurato e verificato in quasi un decennio di ricerca applicata, della riproduzione dei selvatici senza ricorrere ad attività ittiogeniche, ma “assecondando” la Natura e ripristinando corrette condizioni ambientali è la prova che altre strategie possono essere attuate per il supporto degli stock ittici. E, di converso, che è assolutamente possibile fornire alimenti di alta qualità organolettica, ma anche ambientale e sociale. Approvvigionarci di ottimo pesce pescato, che dia economie a pescatori e all’indotto, che permetta i cicli di rigenerazione agli ecosistemi è tutt’altro che una pia speranza.


La comunità di pratica che si è costituita nel corso del progetto Lacustre ha fissato un approccio di successo: cogente nei modi, coerente e concreto nei risultati. Con la stessa modalità, ossia la costituzione di una nuova comunità di pratica, è nato il successivo progetto Gardiian, progetto teso a replicare ed estendere progressivamente i benefici effetti dei servizi ecosistemici a tutta l’area subalpina lombarda, cominciando da processi di rinaturalizzazione operati con successo su tributari, a torto ritenuti ‘minori’. Entrambi i progetti hanno avuto impulso dai provvidenziali fondi messi a disposizione da Fondazione Cariplo in merito alla difesa e riproduzione del ‘Capitale Naturale’.

Grazie alle tecnologie genetiche siamo oggi in grado di apprezzare differenze fra specie che anche solo un quindicennio or sono non sarebbero nemmeno state rilevate. Riteniamo che questa accresciuta capacità di discernimento scientifico che connota la contemporaneità debba accompagnarsi una proporzionale capacità di discernimento in ambito gestionale.

Se un tempo, infatti, una trota era solo una trota, oggi abbiamo il dovere di saper distinguere fra una trota alloctona di provenienza atlantica come la Fario, Salmo trutta, e le popolazioni naturali di trote mediterranee ovvero i ceppi nativi italiani, su tutti la Marmorata, Salmo marmoratus, pregiata specie autoctona dei bacini subalpini nord italiani e sloveni.

Le massicce introduzioni di campioni di origine atlantica sono state eseguite in tutti i fiumi europei. Questa pratica ha modificato profondamente la struttura genetica delle popolazioni autoctone di questo complesso di specie, rendendo estremamente difficile l’individuazione di ceppi indigeni autoctoni o il naturale areale di distribuzione. Altro considerevole aspetto problematico rappresenta l’introduzione della Trota Iridea, con buona pace dei pescatori dilettanti e no, specie californiana a rapido accrescimento che spopola in fiumi e banconi dei supermercati. Qui il tema è la competizione ecologica, di genere diverso dai Salmo non si ibrida con essi, ma interferisce pesantemente con la loro possibilità di sopravvivenza e perpetuazione.



La trota mediterranea, Salmo ghigii, è considerata una specie vulnerabile in Italia ed in pericolo di estinzione, inclusa nella Lista rossa come “prossima alla minaccia” a causa di prelievi d’acqua, pesca eccessiva e introduzione di trote non autoctone, con conseguente ibridazione e competizione.

Introdursi nell’estrema inestricabilità della materia rischia, quali consumatori, di farci perdere la bussola. Riconoscere e distinguere però, di fronte a un pescatore o sul banco di una pescheria, una trota selvatica da una allevata, è importante. Interrogarsi sulle condizioni nelle quali è avvenuto il processo di accrescimento soprattutto in riferimento all’alimentazione e qualità delle acque, è fondamentale. Determinare una domanda maggiore di pesci autoctoni e pescati o allevati in condizioni ottimali è parte della soluzione del problema della transizione ecologica e del ripristino di habitat ed ecosistemi, diversamente i nostri comportamenti diventano parte del problema e ne caratterizzano l’insolubilità.

Proprio per questo, in tema domanda e consumo, dobbiamo avere il coraggio della correttezza, della trasparenza, della concretezza se vogliamo innescare un processo virtuoso di inversione del trend, della ‘normalità’ che ha prodotto il problema. Le presenze avventizie in area gardesana, stimate in oltre dieci milioni di turisti e gitanti l’anno, sommate a quelle stabili, rendono proibitivo e illusorio pensare che il consumo di pesce locale possa soddisfare una siffatta richiesta, per di più concentrata in periodi non per forza corrispondenti con la disponibilità di pescato. La soluzione non può essere quella largamente praticata di ricorrere ad importazioni da altri laghi italiani e nord-europei. L’impatto di trasporti e catena del freddo ci porta fuori dal campo della sostenibilità, in primis, da quello del governo e sviluppo delle economie del territorio, poi. Stendiamo un pietoso velo sul fatto che questi pesci, dal persico al lucioperca, vengono spesso spacciati per gardesani. Pratica che si connota come truffa tout court e come tale esecrabile e perseguibile. Le soluzioni percorribili sono molteplici: il ricorso alla pratica tradizionale dell’essicazione, l’utilizzo sensato della crioconservazione, la proposta differenziata di specie neglette opportunamente qualificate, l’approvvigionamento presso sistemi acquacoltura estensiva e rispondente a criteri di sostenibilità, vuoi in merito alla qualità delle acque in entrata e, soprattutto in uscita, vuoi in riferimento alle condizioni di benessere vs stress della fauna ittica allevata, le condizioni igienico sanitarie del pesce, la sua razione alimentare. Ribaltare insomma la logica economico produttiva: non bado a contenere la mortalità degli esemplari, con farmaci o artifici tecnici, ma imposto condizioni di benessere funzionali all’equilibrio di densità e qualità degli animali.

E quando si debba ricorrere a specie o esemplari di importazione una serena e onesta ammissione.

Il limite delle disponibilità delle risorse deve essere giocato, in estrema sintesi, come un’opportunità e una sfida di adattamento lungimirante, di educazione al consumo critico, non quale occasione per istruire scorciatoie dal fiato corto o, peggio, combinare pasticci sotto il profilo ambientale ed etico.

In conclusione, tornando al tema immissioni, il discorso su trote e salmoni(di) vale per qualsivoglia specie che non può essere reintrodotta con criteri che nulla hanno a che vedere con ciò di cui siamo ormai consapevoli e che è colpevole non considerare. Oggi. Poiché gli strumenti del passato non consentivano di apprezzare ciò che oggi siamo invece in grado di comprendere in modo abbastanza agevole non è produttivo aprire tribunali ed emettere sentenze. Ma se non esistono "colpe passate" esistono tuttavia responsabilità presenti che ogni soggetto ha il dovere di assumersi nel proprio ambito (sia esso ente, istituzione, associazione) per evitare che la superficialità o l'interesse di parte si trasformi, stavolta sì, in responsabilità ineludibile e di cui si è chiamati e saremo chiamati a rispondere dalle generazioni future. E da queste dobbiamo partire con progetti educativi specifici e diffusi per creare nuova consapevolezza e un nuovo patto verso tutto il vivente di cui siamo parte integrante. Fishing for Future.




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