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I miei ricordi della “Frazion de Mossanic” a Rumo

Olivo Vender, esperto esterno al Comitato Associazione provinciale A.S.U.C.



Ero piccolo negli anni ’50 del secolo scorso.

D’estate, libero dall’impegno della scuola, che non mi affascinava per niente, andavo al pascolo con le vacche, a piedi rigorosamente nudi e adeguatamente “sbucciati” contro i sassi, che non mancavano mai. Seguivo volentieri mio padre nel bosco della Frazione per accatastare la legna o per raschiare i pacchetti di aghi di abete per poi farne strame per le mucche. Non prima, però, di aver chiesto il permesso al Capofrazione e dato notizia al Sautar, ovvero il guardiaboschi.

Divenuto un po’ più grande, ho incominciato a dare significato ai termini dialettali a me cari: Mossanic, Capofrazion, bosc de la Frazion, farlet, bus dal farlet, zontura. Si doveva dire, con urbanità di modi, come allora si conveniva, Mocenigo, Presidente, bosco, strame, deposito dello strame, bovini aggiogati.

Al tempo, coesistevano, come oggi:

el Comun, che si identificava con la sede degli uffici comunali. Macchè uffici, ufficio, dove un solo impiegato sbrigava tutte le pratiche

la Frazion, che aveva sede nella cucina del Capofrazione.

Le frazioni di Rumo erano e sono quattro, ognuna amministrata da un Presidente con 4 consiglieri eletti a scrutinio segreto.

I capifrazione parlavano e progettavano con i sindaci e viceversa. È ancora la normalità per un aggregato di 10 nuclei abitativi e neanche 1000 abitanti.

Tre le sedi scolastiche in quegli anni, tutte organizzate in pluriclassi. In casa si parlava dialetto, a scuola anche, almeno quando la maestra era un po’ lontana. Le aule erano riscaldate con le stufe a legna fornita dalla Frazione. Abbiamo imparato a scrivere, leggere e far di conto, oltre a mandare a memoria la Cavallina storna del Pascoli.

E le Frazioni di cosa si occupavano?

Di affidare alle ditte il taglio dei lotti di legname. I boscaioli erano gli stessi capifamiglia della Frazione, solitamente impegnati durante i mesi invernali su terreno innevato utile a far scivolare velocemente i tronchi a valle.

Di assegnare le sort de la legna, fatte di cascami della prima lavorazione (ramaglia e cimali), di riconoscere un certo quantitativo di legname da opera (fabbisogn), oggi uso interno, a chi doveva cambiare il tetto della casa.

Ogni anno, all’inizio della primavera, i capifamiglia si rendevano disponibili a ripulire le strade per le malghe e per i prati del monte.

Nell’anno 1965 veniva convocata l’Assemblea del Consorzio di Miglioramento Fondiario di Lanza e Mocenigo, di cui facevano parte anche le due Frazioni, per “approvare il progetto per la costruzione della rete di distribuzione dell’energia elettrica”. Allora non c’era la Corte dei Conti e le cose si facevano a suon di buon senso. Il Capofrazione operava veramente come un “pater familias” e nessuno si permetteva di mettere in dubbio la sua buona fede e la corretta gestione dei proventi dal taglio del legname.

E che dire del diritto di cavar sassi e sabbia dai torrenti?

Mia nonna e mia mamma hanno ricostruito la loro casa, dopo il furioso incendio a Corte Superiore del 13 dicembre dell’anno 1941, cavando sassi e sabbia dal rì da Val. In una carretta trainata dalle vacche aggiogate hanno raccolto e trasportato sul cantiere della casa in ricostruzione i sassi e la sabbia necessari all’elevazione dei muri perimetrali.

Allora le cose andavano così nel mondo contadino. Tutto era più naturale, più lento e condiviso.

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