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Presentazione

Un numero speciale dedicato ai formaggi del Trentino

Foto di Milena Battisti

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Cari soci e amici,

Quella serata rimane una metafora della nostra associazione. Impegnandosi da decenni sui temi della valorizzazione del territorio, dell’educazione al gusto, del coinvolgimento dei piccoli produttori ha avuto un ruolo fondamentale nel dare valore al cibo e metterlo in connessione con le altre sfera della vita sociale (in primis con l’ambiente e il clima). Ma in quel momento ci siamo resi conto che era necessario uno sforzo più grande. Diveniva un imperativo che ogni azione, ogni progetto, ogni iniziativa, dovesse inserirsi in un contesto più ampio ed essere incisiva nel costruire un cambiamento. Oggi a distanza in quasi quattro anni questo impegno è più necessario che mai. E l’interrogativo sull’efficacia e il senso del nostro agire come associazione ci accompagna sempre.

 Vengono alla mente le lezioni di Lucien Febvre all’Università di Strasburgo proprio un secolo fa: La storia in un mondo in rovine. “Ho il diritto – si domandava lo storico - di dare il mio tempo a fare la storia e incoraggiare gli altri a farlo [...] nel cantiere del mondo che rinasce?”. Oggi ci poniamo un interrogativo simile: “Ho il diritto di dare il mio tempo a Slow Food e incoraggiare gli altri a farlo”? Auspicando che anche le crisi che stiamo attraversando possano stimolare un cantiere di rinascita e rigenerazione , parola chiave dell’edizione di Terra Madre che ci attende a Torino a fine settembre, possiamo fare nostra la risposta di Febvre nell’interrogarci sull’attività di Slow Food. La nostra azione serve innanzitutto a sviluppare il pensiero critico e l’intelligenza, l’educazione è l’alimento dell’intelligenza, serve a vivere liberamente e criticamente. Già in questo Slow Food compie un’azione straordinaria e rigenerativa.

 Ma vi è di più. Le molteplici progettualità che sviluppiamo si inseriscono in questo cantiere della rigenerazione. Pensiamo alle etichette narranti, un progetto nodale per Slow Food e che ancora nel nostro territorio stenta a essere compreso in primis dai produttori dei Presidi. Un’etichetta narrante è un atto rivoluzionario. In un sistema di produzione e distribuzione che ha nell’opacità la propria cifra, in un modello di consumo che ha nella non conoscenza il proprio fondamento, è un atto ribelle disvelare questa opacità nella trasparenza di un’etichetta che racconta l’origine, la storia, le tecniche di trasformazione, e molto altro senza mistificazioni, senza claim evocativi e fuorvianti. Come abbiamo scritto in piena pandemia nel documento “La sfida di un destino comune”  la conoscenza è parallela alla cura. Ecco che il ruolo dell’etichetta narrante si comprende così in tutta la sua dirompenza: ha a che fare con la conoscenza, con la cura, con la sicurezza. Gli esempi potrebbero susseguirsi spaziando dal mondo dei formaggi Presidio Slow Food (pensiamo alla relazione tra le razze autoctone e il consumo di mangimi, e quindi l’impronta nella crisi idrica che si sta attraversando), allo sviluppo delle Comunità Slow Food basate sulla solidarietà e la cooperazione, fino al le riflessioni sugli ecosistemi e le nuove geografie.

 

Non ci sentiamo una goccia nell’oceano. Non vogliamo essere un collettore di azioni e comportamenti virtuosi. Il comportamento del singolo è necessario per il cambiamento ma non è sufficiente. Con i nostri progetti dobbiamo essere incisivi, contaminare persone ed aziende, dialogare con istituzioni e associazioni, essere protagonisti della rigenerazione. Ognuno di noi non è una goccia nell’oceano ma quel soffio di vento, quella differenza di pressione o densità che genera le correnti marine.

In quest’ottica vi presentiamo le riflessioni di questo numero speciale dedicato a VAIA e all’appello per un Green deal delle foreste dolomitiche con un ringraziamento a tutti coloro che hanno collaborato alla sua stesura.

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