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Sostenibilità nelle Terre Alte. Antropologia e cultura dei domini collettivi


Marta Villa, antropologa culturale, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale Università degli Studi di Trento



Nulla può accordarsi maggiormente con la natura

di una cosa se non gli altri individui della medesima specie;

e perciò non c’è nulla di più utile all’uomo

per la conservazione del suo essere e

per il godimento della vita razionale

se non l’uomo che è guidato dalla ragione.

B. Spinoza, Ethica, 1677





Le Terre Alte sono luoghi di incontro e ibridazione culturale. Soprattutto le zone di passaggio (i fondovalle, i valichi, le selle, le valli comunicanti) presentano identità differenti, continuamente negoziate: risulta impossibile quindi semplificare questo concetto, utilizzando immagini che rievocano immobilità, stabilità, vetrificazione. Il Trentino possiede infatti un’identità complessa, stratificata, sovrapposta e per questo presenta un'eccezionale ricchezza sociale e creativa. Le collettività alpine sono coscienti di questa risorsa e nell’adattamento resiliente a un ambiente geograficamente liminale hanno saputo creare territori di vita. L’economia di questi territori è complessa, infatti oltre alla proprietà privata individuale e alla proprietà pubblica, vi è un altro modo di possedere, quello dei domini collettivi: autonormati con consuetudini, statuti e regole che si sono affermati in via di fatto e compromessi storici, ora riconosciuti e tutelati dalla legislazione nazionale (168/2017) per la loro valenza di attuazione di norme fondamentali consacrate dalla carta costituzionale. Gli uomini e le donne che hanno abitato e abitano oggi questi territori gestiscono patrimoni materiali e immateriali attraverso la razionalità e i palpiti del cuore.

La sostenibilità delle Terre Alte non può prescindere quindi dalla relazione natura/cultura che da migliaia di anni l’uomo ha intrapreso con il territorio sul quale abita e dal quale trae sostentamento. Nell’attuale crisi climatica, che racchiude al proprio interno tutte le altre sfaccettature delle crisi che globalmente stanno investendo il Pianeta, non è più possibile perseguire uno sviluppo illimitato e un asservimento degli ambienti alla logica postcapitalistica. Nel 1989 il filosofo Guattari ricordava, approfondendo l’ecologia della mente di Bateson, che: «men che mai la natura può venir separata dalla cultura e bisogna che impariamo a pensare trasversalmente le interazioni tra ecosistemi, meccanosfere e universi di riferimento sociali e individuali» (Guattari, 1989:31). Ci sono luoghi della Terra, ci sono spazi sociali reali (luoghi e persone) in Italia, in Trentino dove questo rapporto non separato sembra aprire ad un altro mondo. In queste alternative al pensiero sistemico dominante artificiali troviamo modalità di governance laboratoriali di fatto che trovano le loro fondamenta e banco di prova nel passato: sono i domini collettivi, con i loro bracci operativi quali sono le A.S.U.C., le proprietà collettive, gli assetti fondiari collettivi, le Regole, le famiglie di originari… Quanti nomi! Non penso siano venuti ad esistenza e persistiti casualmente e si intuiscono tendenze contrapposte: da un lato manifestazioni di resistenza di chi ne faceva parte, che ne sentiva la necessità, in un momento storico dove non vi era un riconoscimento formale della loro esistenza, mantenendo almeno il diritto di nominarli, dall’altro dagli operatori di caste dominanti per creare una sorta di confusione funzionale a progetti di attacco e appropriazione con conseguente loro dissolvimento. Le parole hanno potere e quando le si usa esercitano tutta la loro forza: in un libro, solo apparentemente per bambini, è proprio l’uovo antropomorfo Humpy Dumpy a ricordare ad Alice che è possibile dare un significato proprio alle parole. All’obiezione se sia possibile dare tanti significati diversi, risponde sottolineando che è necessario sapere chi comanda, non serve altro! La storia dei domini collettivi racconta questa contraddizione: ai domini collettivi è stato anche negato di scegliersi il nome proprio; è necessario pertanto ripartire dai significati dati dalle comunità a sé stesse e alle parole che hanno utilizzato e utilizzano per definirsi e per definire il territorio. Le persone gestiscono i domini collettivi, come mostrato in questa pubblicazione che avete tra le mani, con una ragionevolezza chiara e distinta: sapevano e sanno ancora oggi dialogare tra loro, prendere decisioni attraverso una forma ribollente di democrazia, ossia viva e vivace. Tutto questo permette di costruire un territorio sociale che rende coese le collettività. Conservano, senza dissipare, come ci ha mostrato Elinor Ostrom (2006), amministrano in modo oculato le risorse agrosilvopastorali e hanno inaugurato una nuova stagione.

Spiega Pietro Nervi, che sta animando da decenni la ricerca su queste entità: «La realtà ci documenta, altresì, che laddove esistono, e sono molto diffusi, casi in cui la gestione è dominata dal fine della conservazione e del miglioramento del demanio civico e da questo ottenere il più conveniente prodotto perpetuo, gli aspetti fondiari collettivi, muovendosi tra tradizione ed innovazione sono da riconoscersi come veri costruttori di ambiente vivo e vitale e ciò per due motivi: il primo per gli interventi finalizzati alla perequazione del potenziale di produzione del demanio civico; il secondo per l’attività di predisposizione di idonei sistemi di protezione, di controllo e di regolamentazione per un corretto uso delle risorse naturali che tenga conto del sistema evolutivo economia-ambiente di cui il demanio civico fa parte» (Nervi, 2014:88-89). E ancora recentemente ha ribadito: «La legge n. 168/2017 colloca i dominii collettivi tra i soggetti neo-istituzionaliali, cui compete la gestione, nel duplice profilo della conservazione al meglio e della valorizzazione delle risorse del demanio collettivo, sia in condizione autarchica, sia nelle condizioni di leadership o di partnership. I dominii collettivi hanno quindi il compito di governare le funzioni territoriali del proprio demanio in quanto ogni attività umana è legata al territorio e, sulla scorta di questa constatazione, appare evidente come il demanio collettivo rivesta un ruolo di preminenza per ogni essere vivente, in particolare per il soddisfacimento dei bisogni dell’umanità» (Nervi, 2018:638).

Potrebbe essere giunto il momento di amplificare la voce delle donne, degli uomini e delle terre che costituiscono i domini collettivi: questo primo tassello nasce da questa esigenza, creare reti di fraternità, secondo l’intuizione del filosofo Morin (2020), interne ed esterne per non sentirci più soli. Queste realtà sono valorosamente improntate sull’anti-individualismo, sono luoghi dove si compongono in modo complementare i pascaliani esprit de géométrie ed esprit de finesse come forme di apprendimento sia attraverso i concetti, sia attraverso l’affettività e la percezione.

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